Concessioni per la distribuzione gas: i gestori devono pagare il canone, sempre

Con la Legge di bilancio il Governo ribadisce (dopo l’intervento del Mise e dell’AEEGSI) l’obbligo per i concessionari della distribuzione gas di corrispondere ai Comuni il canone di concessione, anche con contratto scaduto.

  1. Nella seduta di mercoledì 7 dicembre, con 166 voti favorevoli, 70 contrari ed un astenuto, il Senato ha approvato in via definitiva il ddl n. 2611, recante "Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2017 e bilancio pluriennale per il triennio 2017-2019". 

Al punto 453 è previsto che “L’articolo 14, comma 7, del decreto legislativo 23 maggio 2000, n. 164, si interpreta nel senso che il gestore uscente resta obbligato al pagamento del canone di concessione previsto dal contratto. Le risorse derivanti dall’applicazione della presente disposizione concorrono al raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica da parte degli enti locali”.

Una volta che sarà pubblicata in Gazzetta Ufficiale, la norma di interpretazione autentica dell’art. 14, comma 7 del D. Lgs. 164/2000 ribadirà che - scaduto il contratto di concessione - il gestore uscente che continua ad operare fino al subentro del vincitore della gara d’ambito deve assicurare anche il pagamento del canone di concessione previsto dal contratto.

Tale previsione si configura, in realtà, come ulteriore conferma di un quadro normativo già di per sé chiaro (ma interpretato in maniera distorsiva e strumentale da alcuni concessionari), nel solco delle posizioni già manifestate dall’Autorità per l’Energia Elettrica, il Gas e il Sistema Idrico (di seguito AEEGSI) e dal Ministero per lo Sviluppo Economico (di seguito MISE).

  1. A tale conclusione si può giungere analizzando il sopra richiamato articolo già di per sé chiaro, ma che è stato interpretato in maniera non del tutto corretta da alcuni concessionari, i quali hanno rifiutato di proseguire nei pagamenti ed hanno dato vita a conteziosi (alcuni dei quali, anche per ragioni inerenti le specifiche vicende processuali, si sono conclusi con pronunce sfavorevoli agli enti locali). In conseguenza, l’intervento normativo giunge quanto mai opportuno.  
  2. L’obbligo di pagamento era comunque fondato sui principi generali del diritto ed, al riguardo, si ritiene opportuno richiamare i punti fondamentali della questione. L’Ente locale ha posto a gara il servizio ed in forza del confronto concorrenziale ha individuato il vincitore ed ha visto, in base all’offerta, fissarsi il perimetro del rapporto giuridico. 

A fronte dell’affidamento del servizio e della stipula del contratto sorge un rapporto contrattuale che vincola le parti secondo il seguente sinallagma, operante per tutta la durata del rapporto: quanto al Comune, consentire la gestione del servizio sul suo territorio; quanto al gestore, adempiere alle prestazioni assunte e, tra queste, il pagamento del canone offerto in gara. Tale sinallagma permane anche laddove il rapporto abbia una durata maggiore di quella originariamente prevista. In primo luogo, in base ad una valutazione logico giuridica, appare evidente che, in mancanza di diverse prescrizioni contrattuali o normative, la prosecuzione di un rapporto giuridico avvenga sulla base delle medesime prestazioni che hanno scolpito il sinallagma. Non si comprende in base a quale ragionamento logico ed a quale principio giuridico possa intervenirsi “chirurgicamente” sul rapporto contrattuale, modificandolo. L’ordinamento prevede che ciò possa avvenire ma circoscrive tale possibilità in determinate ipotesi che non si ravvedono nel caso di specie.

Appare, del resto, ragionevolmente più conforme alla volontà originaria delle parti che, al prolungarsi del rapporto, si prosegua alle medesime condizioni, piuttosto che intervenire “chirurgicamente” sulla regolazione contrattuale imponendo una diversa disciplina.

Anche perché, l’effettiva continuazione del rapporto prevale sul superamento della durata formalmente prevista per lo stesso, non comprendendosi per quale ragione tale evento possa superare il vincolo contrattuale esistente. 

  1. Del resto manca qualsiasi esplicita previsione che consenta di sostenere che il Legislatore abbia inteso escludere l’applicazione delle disposizioni convenzionali nel corso della prosecuzione ex lege del rapporto. Non può certo essere intesa in tal senso la previsione che impone al concessionario di proseguire “nella gestione del servizio fino al nuovo affidamento”. Apparendo intuitivo che la prosecuzione non può che avvenire secondo le previsioni contrattuali esistenti. 

Ogni diversa regolazione avrebbe dovuto essere oggetto di una specifica previsione di legge (non intervenuta), giacché solo in forza di essa si poteva incidere sul rapporto esistente.

Si noti in proposito che, laddove la legge ha ritenuto d’intervenire nel rapporto, lo ha fatto espressamente: prescrivendo che l’attività proseguisse solo per l’ordinaria amministrazione.

  1. Così come manca un riscontro normativo, deve osservarsi che non v’è nemmeno un’argomentazione di carattere economico. V’è, in proposito, chi ha sostenuto che il venir meno (ai sensi del disposto dell’art. 14, comma 7) degli interventi legati alla gestione straordinaria, faccia venir meno l’equilibrio economico finanziario su cui si fonda il rapporto convenzionale. Da qui il venir meno dell’obbligo per il gestore di pagare il canone. 

Una siffatta tesi si basa sul presupposto che gli investimenti (e quindi gli interventi di straordinaria gestione) siano remunerati in modo immotivatamente generoso e squilibrato, così da premiare l’operatore che si trova ad investire. 

Così non è, o quanto meno un tale risultato non sarebbe, coerente con la logica di sistema, secondo la quale la determinazione della tariffa di distribuzione è compiuta sulla base di una duplice esigenza: da un lato, deve essere remunerata l’attività imprenditoriale posta in essere del gestore; dall’altro, deve essere però evitato di gravare oltremisura sull’utenza. 

È quindi evidente che la remunerazione degli investimenti deve essere rapportata ad una corretta determinazione dei costi, giacché altrimenti non verrebbe rispettato il secondo dei capisaldi del sistema tariffario: la tutela degli utenti attraverso il contenimento degli oneri.

  1. Di tale circostanza era certamente consapevole l’AEEGSI, la quale, stanti i numerosi contenziosi avviati dai gestori averso i comuni, ha recentemente (e in maniera molto chiara) ribadito che anche nelle concessioni con contratto scaduto “il gestore, continua a percepire la tariffa ed a erogare il servizio negli stessi termini in cui già lo faceva, seppure limitatamente all'amministrazione ordinaria. E se il rapporto tra gestore e utenti continua a essere sottoposto al regime previgente, ciò vale anche per il rapporto tra ente locale e gestore affidatario, atteso che, in ultima analisi, i rapporti in parola trovano comune fondamento nell'affidamento”. Nel medesimo comunicato si legge, poi, che “Non sembra che la scadenza ope legis della concessione implichi che il gestore del servizio di distribuzione sia titolato a svolgere transitoriamente il servizio, sino all'esito delle gare per l'affidamento del servizio per ambiti, senza dover corrispondere alcun canone.” 
  1. In conclusione, non può che vedersi con favore l’intervento del Legislatore che, da un lato, ha provveduto a compiere un’attività interpretativa, basata prima ancora che sul suo potere costituzionale sulla logica e, dall’altro, ha cristallizzato, evitando che gli enti locali si trovino a dover scegliere tra imbarcarsi in un dispendioso contenzioso o cedere alle pretese di alcuni concessionari.                                                                                      

Se questo è il risultato più evidente, per il provvedimento in oggetto non è però l’unico, infatti, il principio ivi sancito non vale solo per le concessioni in scadenza, bensì opera anche in relazione ai rapporti che si istaureranno in forza delle future gare d’ambito. Difatti la previsione in esame non contiene alcuna limitazione e quindi si riferisce ad ogni rapporto regolato dall’art. 14, comma 7 del D.lgs. 164/2000, quindi anche a quelli che si andranno ad istaurare in futuro. Anche in questo caso il chiarimento è di non poco conto.

Occorre partire nuovamente dall’art. 14, c. 1, D.Lgs. 164/2000, il quale precisa che i rapporti tra Enti concedenti e gestori “sono regolati da appositi contratti di servizio, sulla base di un contratto tipo predisposto dall'Autorità per l'energia elettrica e il gas ed approvato dal Ministero”. Tale documento è stato predisposto dall’AEEGSI ed approvato dal Ministero per lo sviluppo economico con D.M. 5.02.2013. Ebbene, questo all’articolo 28 dispone che il canone di concessione non dovrà essere pagato dal momento in cui scadrà il termine contrattuale previsto, anche se il rapporto proseguirà in attesa della nuova gara. Questa previsione, ingiustificatamente sfavorevole per gli enti locali, ha fatto sorgere dubbi interpretativi in ordine alla vincolatività dello schema tipo e quindi alla possibilità di derogarlo al fine di meglio tutelare gli interessi pubblici. Orbene, la norma di interpretazione autentica risolve ogni problema in proposito, giacché lo schema di contratto emanato con un provvedimento (il decreto ministeriale) di rango inferiore deve rispettare la volontà del legislatore, che, come visto, prevede il pagamento per tutta la durata effettiva del rapporto.    

Comunicato del 19.05.2016, in: http://www.autorita.energia.it/it/comunicati/16/160519garegas.htm
2 Comunicato del MISE, Direzione generale per la sicurezza dell’approvvigionamento e le infrastrutture energetiche, 08.03.2016.


Concessioni gas. Se scade il contratto permane l’obbligo di prosecuzione del servizio e di pagamento del canone

La recente circolare di ANCI (prot. 67/VSG/SD/AD del 14.04.2016) ha posto in luce un tema di grande interesse per i Comuni: il pagamento del canone di concessione nei casi in cui il contratto di concessione sia giunto a naturale scadenza.

1. Il quadro normativo

L’entrata in vigore del Decreto Letta (D. Lgs. 23.05.2000 n. 164) ha portato con sé un ampio dibattito sugli effetti che sarebbero scaturiti a seguito della variazione – e soprattutto della riduzione – della durata degli affidamenti in forza delle disposizioni relative al periodo transitorio.

Tuttavia, a causa del dilungarsi dei tempi necessari per la predisposizione delle gare d’ambito, si è potuto constatare come le situazioni di maggiore criticità siano sorte non con riferimento a variazioni “in diminuzione”, ma “in aumento”, della durata della convenzione.

I problemi maggiori hanno riguardato casi di concessioni giunte a naturale scadenza senza che si potessero individuare – in tale data – i nuovi gestori, la cui selezione, ovviamente, sarebbe avvenuta soltanto con l’espletamento della procedura di gara d’ambito.

Stante il disposto dell’art. 14, co. 7, del D.lgs. n. 164/2000 – ai sensi del quale “il gestore uscente resta comunque obbligato a proseguire la gestione del servizio limitatamente all’ordinaria amministrazione, fino alla data di decorrenza del nuovo affidamento”, la questione su cui occorre soffermarsi riguarda la sussistenza, in capo allo stesso, di tutti quei doveri assunti in sede di concessione, con particolare riguardo all’obbligo di versare alla Pubblica Amministrazione concedente il canone convenuto. 

2. Le ragioni per cui si ritiene il Gestore tenuto al pagamento del canone

2.1. I principi del diritto civile

Occorre anzitutto ricordare che in base ai principi generali del diritto civile, in mancanza di diverse prescrizioni contrattuali o normative, la prosecuzione di un rapporto deve necessariamente avvenire sulla base delle reciproche prestazioni che hanno scolpito il sinallagma alla base del rapporto.

Posto che l’affidamento del servizio di distribuzione del gas e la stipula del relativo contratto portano con sé degli obblighi reciproci, che restano necessariamente in vita per tutta la durata del rapporto, è chiaro come, in forza del sinallagma venutosi a creare, il Comune sarà tenuto a consentire la gestione del servizio sul suo territorio, mentre il gestore sarà obbligato ad adempiere alle varie obbligazioni assunte. Pagamento del canone incluso.

Con riferimento ai casi di prolungamento del rapporto concessorio oltre la scadenza naturale, appare in prima facie evidente che, in mancanza di diverse prescrizioni contrattuali o normative, la prosecuzione avvenga sulla base delle medesime prestazioni che hanno scolpito il sinallagma.

Sarebbe illogico, nonché contrario ad ogni principio giuridico, ritenere che un determinato rapporto contrattuale possa continuare delle obbligazioni inferiori rispetto a quelle originariamente previste. Sebbene il nostro ordinamento preveda dei casi in cui si possa intervenire riducendo le obbligazioni originariamente assunte, è altresì previsto che ciò avvenga con riferimento a specifiche, determinate e circoscritte ipotesi che non possono certamente ravvedersi con riferimento alla problematica in oggetto.

Infatti, nel caso di prosecuzione di un rapporto contrattuale oltre al tempo limite originariamente previsto, si dovrebbe ritenere essenziale la previsione specifica da parte dei contraenti di una diversa regolazione contrattuale in assenza della quale non si porterebbe che ritenere che le parti abbiano voluto continuare il rapporto sinallagmatico rispettando gli obblighi originariamente assunti, non ritenendo plausibile che la verificazione di tale evento possa superare la volontà contrattuale.

I gestori sono pertanto obbligati alla continuazione del servizio ed al mantenimento delle medesime condizioni contrattuali, fra le quali il pagamento del canone e degli oneri economici come previsti. Il rifiuto dei gestori determinerebbe il mancato versamento scaturente da un rapporto concessorio in situazione di monopolio che configura un grave danno economico per le amministrazioni comunali che dovrebbero altresì ricorrere agli strumenti urgenti di tutela giurisdizionale degli interessi pubblici.

Ma la mancanza di una specifica previsione da parte dei contraenti non sarebbe l’unica argomentazione che porta a ritenere che il gestore debba restare obbligato al versamento del canone pur in presenza di una concessione “scaduta”.

È da evidenziare, infatti, che diversamente da altri casi in cui il legislatore è voluto intervenire con forza chiarendo espressamente la propria volontà (sul punto si veda, a mero titolo esplicativo, il contenuto del già citato art. 14, comma 7, del Decreto Letta, ai sensi del quale si è previsto che l’attività debba proseguire solo con riferimento alla mera ordinaria amministrazione), con riguardo al canone di concessione non è stata prevista alcuna diversa regolazione tale da far ritenere che, nel caso di prosecuzione ex lege di un rapporto giunto a naturale scadenza, si debba proseguire secondo delle previsioni diverse (e in caso, quali?) rispetto a quelle originariamente previste.

2.3. Ordinaria amministrazione non implica non corresponsione del canone

Qualora le due argomentazioni relative alla mancanza di una specifica previsione contrattuale, oltre che normativa, non si ritengano sufficienti, si noti, ad abundantiam, che una diversa argomentazione sarebbe del tutto priva anche di argomentazioni di carattere economico.

Si potrebbe sostenere – sbagliando – che il venir meno degli interventi legati alla gestione straordinaria faccia venir meno, a sua volta, l’equilibrio economico finanziario su cui si fonda il rapporto convenzionale, concludendo, quindi, che non debba più sussistere l’obbligo del pagamento del canone da parte del gestore.

Una siffatta tesi si baserebbe sul presupposto che gli investimenti – ed in particolare gli interventi di straordinaria gestione – debbano essere remunerati in modo immotivatamente generoso e squilibrato, così da premiare l’operatore che si trova ad investire. Così non è.

Tale risultato si scontrerebbe con la logica di sistema, secondo la quale la determinazione della tariffa di distribuzione è compiuta sulla base di una duplice esigenza: remunerare l’attività imprenditoriale posta in essere del gestore, da un lato, e non gravare oltremisura sull’utenza, dall’altro.

La remunerazione degli investimenti deve essere rapportata ad una corretta determinazione dei costi, giacché, diversamente argomentando, non verrebbe rispettato il secondo dei capisaldi del sistema tariffario: la tutela degli utenti attraverso il contenimento degli oneri.

Alla luce di quanto appena affermato, è proprio questo il compito cui attende l’AEEGSI attraverso la fissazione delle regole che delineano i periodi tariffari che si succedono nel tempo.

Dovendosi ritenere che l’AEEGSI abbia determinato le tariffe di distribuzione in modo corretto, l’effettuazione di un investimento per il gestore sarà quindi “neutrale”, nel senso che si vedrà equamente ripagato degli oneri sostenuti. Pertanto, laddove non sostenga investimenti, tale circostanza non potrà essere invocata quale nocumento per il piano economico finanziario della gestione.

2.4 La normativa di settore

A ciò si aggiunga che le Amministrazioni non possono in alcun modo porre rimedio a tale danno indicendo una nuova gara in maniera autonoma o rinnovando le pattuizioni contrattuali già scadute, essendo tali azioni precluse dall’attuale quadro normativo. 

Ai sensi del D. lgs 93/2011 art. 24 a far data dal 29.06.2011 infatti, le amministrazioni non possono infatti procedere all’individuazione di un nuovo Gestore, dovendo necessariamente procedere all’affidamento del servizio sulla base della gara d’Atem.

Il rifiuto del pagamento di un canone concessorio da parte di concessionari che eserciscono la propria attività in regime di monopolio configura quindi un grave danno economico per le amministrazioni comunali che da un lato non possono procedere a individuare un nuovo concessionario (dovendo attendere la gara d’Atem ex lege) e dall’altro non percepiscono alcuna remunerazione per il ruolo di Ente concedente di servizio pubblico che rivestono.

Vieppiù ai sensi dell’articolo 46 bis del dl 159/2006 convertito in legge 222/2007 s.m.i., scaduti i contratti di concessione, nei casi in cui i Comuni non percepiscano nulla per la gestione del servizio della distribuzione gas, è data facoltà a tali Enti di richiedere al gestore la corresponsione di un “canone” fino al 10 per cento del vincolo sui ricavi di distribuzione del gestore.

Il richiamo a tale norma dà un ulteriore elemento a conferma del perdurante obbligo dei gestori in ordine al pagamento dei canoni offerti in gara.

È lapalissiano infatti che se da un lato il legislatore ha ritenuto necessario permettere ai Comuni che nulla percepivano richiedere un “quantum” ai gestori nelle more dell’effettuazione delle gare d’ Atem, dall’altro non si può pensare che nulla sia dovuto per quei Comuni i cui canoni sono stati espressamente pattuiti contrattualmente (addirittura a seguito di gare).

Dalle semplici considerazioni sopra esposte è palese pertanto che i Comuni abbiamo tutto il diritto di continuare a percepire il canone che i gestori si sono obbligati a corrispondere in gara e abbiano altresì il dovere di fare tutto il possibile perché ciò avvenga, pena danno erariale per gli Enti.


Alienazione reti gas e gare d’Atem. 
Disparità di trattamento tra Comuni proprietari e Gestori uscenti

L’alienazione delle reti gas di proprietà pubblica rappresenta un tema di primaria importanza nell’attuale panorama delle gare d’ambito per l’affidamento del servizio di distribuzione del gas.

Stretti dai vincoli di bilancio molti Comuni italiani stanno attendendo le gare d’Ambito per poter alienare le reti di proprietà e poter così incassare il relativo valore dal Gestore subentrante.
Si tratta di un’operazione legittima.

Infatti le reti del gas sono configurabili quali beni del cd. patrimonio indisponibile ai sensi dell’art 826 cod. civ “non possono essere sottratti alla loro destinazione, se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano”. Tale previsione non impedisce che questi beni possano essere oggetto di negozi giuridici (quali la compravendita), vietando solo di sottrarli alla funzione pubblica a cui sono destinati.

Nella Regione Lombardia per il vero un divieto era posto dall’art. 2 comma 1 della Legge Regione Lombardia n. 26/2003, che imponeva delle limitazioni per gli enti locali in ordine alla possibilità di cedere la proprietà di reti ed impianti destinati ad un pubblico servizio. Tale disposizione è stata poi modificata dall’art. 27, LR Lombardia 19/2014 che ha sottratto dall’applicazione di tale norma gli impianti relativi alla distribuzione del gas, facendo così venir meno tale divieto.

Pertanto ad oggi, ne la normativa nazionale, ne quella regionale pongono divieti all’alienazione delle reti del gas di proprietà pubblica.  

Quanto alla normativa dettata per disciplinare le gare gas su base d’Atem - D.M. 226/2011”Regolamento per i criteri di gara e per la valutazione dell’offerta per l’affidamento del servizio della distribuzione del gas”-  sussiste un vuoto normativo. Infatti:

- l’art 7. Co.2 disciplina le modalità di cessione degli impianti tra gestore uscente e gestore entrante prevedono che “il gestore uscente cede la proprietà della propria porzione di impianto al gestore subentrante, previo pagamento da parte di questo ultimo del valore di rimborso” (c.d. VIR), mentre 

- l’art. 8 co. 3 regola le modalità di remunerazione per gli Enti pubblici che metteranno a disposizione del gestore entrante gli impianti, mantenendone la proprietà. Per questi è previsto un canone corrispondente alla “remunerazione del relativo capitale investito netto che l'Autorità riconosce ai fini tariffari” (c.d. RAB).  

Anci Lombardia, cooperando sulle gare gas con alcuni Comuni proprietari di reti e impianti, consapevole delle possibili criticità legate al vuoto normativo sopra evidenziato, ha posto un quesito al MiSE volto a comprendere se e con che modalità fosse possibile per i Comuni alienare le reti del gas di proprietà nel contesto della gara d’ Atem.

Il Ministero, con una sintetica risposta pubblicata sul proprio sito internet (cha non ha portata normativa) ha chiarito che :

“Tenuto conto della  circostanza  della  prossimità delle gare d’ambito per l’affidamento del servizio della distribuzione del gas naturale, si ritiene  che  la  tutela  di  interessi  pubblici  quali  la  trasparenza  e  l’ampio confronto competitivo alle gare, nonché la tutela del consumatore finale da rialzi del prezzo della fornitura, indichino quale sede più opportuna per l’eventuale alienazione dei beni patrimoniali nella titolarità  dell’ente locale, proprio  le  future  gare  d’ambito;  in  questa  sede,  per  via  dei  limiti  sopra espressi, i beni patrimoniali in dotazione all’ente locale potranno essere ceduti in concomitanza della gara, inserendoli nel bando di gara e trasferendoli al soggetto privato aggiudicatario del servizio”.

Pertanto, ad avviso del MISE, la vendita di reti e impianti di proprietà pubblica contestualmente alla gara per l’affidamento del servizio di distribuzione gas non solo appare legittima, ma diviene la soluzione ottimale per procedere all’alienazione dei cespiti di proprietà degli Enti locali, configurandosi come la modalità più trasparente.

Ciò che lascia sgomenti è l’ultimo periodo della risposta (aggiunto postumo, dopo alcuni mesi e senza di ciò darne conto). 

Il chiarimento del MiSE si conclude ora spiegando che

“In conformità con lo spirito delle norme vigenti, il valore di trasferimento è pari al valore delle immobilizzazioni nette di località del servizio di distribuzione e misura, relativo agli impianti che vengono alienati, al netto dei contributi pubblici in conto capitale e dei contributi privati relativi ai cespiti di località (c.d. RAB), come riconosciuto dall’Autorità nella tariffa valida per la gestione d’ambito e come già spettante all’ente locale in quanto titolare della rete. Pertanto, la decisione dell’ente locale di alienare o meno la rete di proprietà pubblica non deve creare nuovi oneri a carico dei clienti finali del servizio in termini di aumento delle tariffe di distribuzione gas.”

Quindi, secondo quanto riportato sul sito del MISE:

- se ad alienare le reti gas è un gestore, questi ha diritto a percepire il VIR, valore industriale residuo

- se ad alienare le reti gas è un Comune, questi ha diritto a percepire la RAB, corrispondente al valore a libro contabile della rete gas. Tale valore è nella maggior parte dei casi inferiore (in alcuni casi anche di oltre il 90%) al VIR.

Questa risposta genera dunque un’evidente disparità di trattamento tra Gestore privato proprietario di reti e Ente pubblico proprietario di reti.

Tale regolazione appare anzitutto in contrasto con l’art. 3 della Costituzione e non giustificabile sotto il profilo della logica. Non si comprende infatti per quale ragione nel caso in cui ad alienare le reti del gas sia un soggetto privato, questi debba percepire il VIR della rete, mentre invece quando a farlo è un Ente pubblico questi debba percepire la RAB.

Il contrasto è inoltre evidente anche con l’art. 97 della Costituzione che impone all’amministrazione pubblica di valorizzare i propri bene e a ricavarne il massimo importo percepibile. 

Sul punto vale la pena di evidenziare che tale evidente disparità di trattamento non può essere in alcun modo giustificata dal carattere pubblico del soggetto alienante. 

Infatti questi non si trova nell’esplicazione di una propria funzione pubblicistica (che potrebbe giustificare un diverso trattamento). Si trova invece in una situazione di carattere privatistico e cioè quella di un titolare di un cespite che intende alienare.

L’esigenza di tutelare gli utenti è certamente condivisibile. Tuttavia non si comprende per quale ragione l’onere economico di tale necessità debba gravare solo su una categoria di alienanti e cioè i Comuni.