Richiesta di restituzione somme erogate alla Banca cessionaria del credito e possibilità per quest’ultima di impugnare il provvedimento avanti al TAR.

Come noto il GSE, quando dispone la decadenza dalla tariffa incentivante non solo smette di erogare (ovviamente) le somme per il futuro, ma chiede la restituzione di quanto fino ad allora versato.

Nel caso in cui, poi, il titolare della convenzione incentivante abbia precedentemente ceduto i crediti vantati nei confronti del GSE alla Banca (ai fini del rimborso del finanziamento contratto per realizzare l’impianto), la domanda di restituzione viene indirizzata dal GSE proprio a quest’ultima, nella sua qualità di cessionaria dei crediti. Ciò è, del resto, coerente con l’istituto civilistico della “cessione del credito”, posto che il cessionario subentra nel rapporto debito/credito instaurato dal creditore cedente, e dunque (anche) nella situazione di soggezione rispetto al possibile venir meno del titolo fondante il credito (cfr. Cass. Civ. n. 3797/1999).

Ciò che, tuttavia, è interessante chiedersi è se la Banca possa impugnare e contestare avanti al TAR il provvedimento del GSE con il quale viene disposta la decadenza degli incentivi (nell’ipotesi, ovviamente, in cui l’operatore finanziato rimanga inerte sul punto) e dunque cercare di salvare la “fonte” delle somme che è chiamata a restituire.

A tale quesito ha risposto non molto tempo fa il TAR Lazio – con le sentenze n. 1239/2017 e n. 12687/2016 – dichiarando l’inammissibilità del ricorso promosso dalla banca cessionaria contro il provvedimento di decadenza degli incentivi per difetto di legittimazione ad agire. Secondo i giudici romani, titolare del rapporto con il GSE è solo l’operatore che ha sottoscritto la convenzione incentivante (unico dunque legittimato a contestare il provvedimento di revoca), mentre l’interesse della banca sarebbe solo quello alla restituzione del prestito, interesse da far valere però solo nei confronti del finanziato e dunque nelle sedi ordinarie. Tutt’al’ più – sempre secondo il TAR – la banca potrebbe contestare, nell’ambito del giudizio amministrativo contro il GSE, solo la quantificazione della somma da restituire (ad esempio se il GSE chiede indietro più di quanto effettivamente incassato dalla Banca) ma non può sollevare questioni attinenti i profili di illegittimità del provvedimento di revoca.

Tuttavia occorre dar contro del fatto che il Consiglio di Stato, per un vizio procedurale, ha recentemente annullato le citate decisioni, rimettendo le cause al giudice di primo grado. L’auspico è che il TAR colga l’assist fornito – forse non a caso – dal Consiglio di Stato per rivedere (o quanto meno riesaminare con attenzione) la posizione espressa.

Ad avviso di chi scrive appare arduo convenire con il TAR e non intravedere un interesse concreto e diretto della banca a conservare la tariffa incassata (a copertura del finanziamento erogato) e – conseguentemente – la legittimazione a impugnare il provvedimento (di revoca/decadenza) che su tale erogazione va a incidere. Sostenere che non vi sia un interesse legittimo solo perché firmataria della convenzione incentivante è solo l’operatore appare – francamente – un vuoto formalismo che finisce per svilire del tutto la posizione creditoria della banca. Ciò in particolare, se si considera che – nella maggior parte dei casi – titolari degli impianti sono solo SPV prive di capitale (se non il cespite stesso) e dunque l’unica “garanzia” per la banca (al rimborso del finanziamento) consiste nella tariffa incentivante pagata dal GSE. È allora evidente che, se la banca viene privata della possibilità di “difendere” il provvedimento di riconoscimento della tariffa vedrà definitivamente frustrato il proprio credito dal momento che – con molta probabilità – nulla otterrà quando andrà a rivolgersi verso la SPV (oramai, a quel punto, titolare di un impianto privo di incentivo e dunque completamente svalutato).

Ma il riconoscimento della legittimazione della banca a contestare il provvedimento di decadenza appare la soluzione più corretta non solo dal punto di vista concreto, ma anche dal punto di vista squisitamente giuridico.

Se infatti la giurisprudenza ritiene che il cessionario del credito debba restituire quanto illegittimamente percepito sul presupposto che la cessione del credito comporta una “sostituzione del cessionario nella posizione del cedente”, non si può poi – sotto l’altro versante e al fine di negare la possibilità di contestare il provvedimento di decadenza dall’incentivo avanti al TAR – sostenere esattamente il contrario (considerando la Banca alla stregua di un terzo estraneo, del tutto avulso dal rapporto operatore/GSE).

È evidente che uno stesso fatto (il subentro del cessionario nel rapporto originario fra creditore cedente e debitore ceduto) non può:

  • in un caso essere affermato, al fine di riconoscere il dovere della banca cessionaria di restituire quanto percepito dal GSE)
  • e in un caso essere negato, al fine di escludere il diritto della banca a contestare il provvedimento di decadenza, qualora ritenuto illegittimo.

Da una medesima situazione giuridica sorgono doveri ma anche diritti…ubi incommoda, ubi commoda…per citare un famoso brocardo latino.

Ovviamente, al di là delle considerazioni giuridiche sopra espresse, e in attesa del nuovo pronunciamento del TAR Lazio, la scelta più opportuna per la Banca è che – all’atto del finanziamento – chieda all’operatore (che andrà poi a sottoscrivere la convenzione con il GSE) un’apposita delega che la abiliti a impugnare avanti al TAR eventuali provvedimenti di revoca, con ciò scongiurando un eventuale rischio di “inerzia” dell’operatore finanziato.