L’alienazione delle reti gas di proprietà pubblica rappresenta un tema di primaria importanza nell’attuale panorama delle gare d’ambito per l’affidamento del servizio di distribuzione del gas.

Stretti dai vincoli di bilancio molti Comuni italiani stanno attendendo le gare d’Ambito per poter alienare le reti di proprietà e poter così incassare il relativo valore dal Gestore subentrante.
Si tratta di un’operazione legittima.

Infatti le reti del gas sono configurabili quali beni del cd. patrimonio indisponibile ai sensi dell’art 826 cod. civ “non possono essere sottratti alla loro destinazione, se non nei modi stabiliti dalle leggi che li riguardano”. Tale previsione non impedisce che questi beni possano essere oggetto di negozi giuridici (quali la compravendita), vietando solo di sottrarli alla funzione pubblica a cui sono destinati.

Nella Regione Lombardia per il vero un divieto era posto dall’art. 2 comma 1 della Legge Regione Lombardia n. 26/2003, che imponeva delle limitazioni per gli enti locali in ordine alla possibilità di cedere la proprietà di reti ed impianti destinati ad un pubblico servizio. Tale disposizione è stata poi modificata dall’art. 27, LR Lombardia 19/2014 che ha sottratto dall’applicazione di tale norma gli impianti relativi alla distribuzione del gas, facendo così venir meno tale divieto.

Pertanto ad oggi, ne la normativa nazionale, ne quella regionale pongono divieti all’alienazione delle reti del gas di proprietà pubblica.  

Quanto alla normativa dettata per disciplinare le gare gas su base d’Atem – D.M. 226/2011”Regolamento per i criteri di gara e per la valutazione dell’offerta per l’affidamento del servizio della distribuzione del gas”–  sussiste un vuoto normativo. Infatti:

– l’art 7. Co.2 disciplina le modalità di cessione degli impianti tra gestore uscente e gestore entrante prevedono che “il gestore uscente cede la proprietà della propria porzione di impianto al gestore subentrante, previo pagamento da parte di questo ultimo del valore di rimborso” (c.d. VIR), mentre 

– l’art. 8 co. 3 regola le modalità di remunerazione per gli Enti pubblici che metteranno a disposizione del gestore entrante gli impianti, mantenendone la proprietà. Per questi è previsto un canone corrispondente alla “remunerazione del relativo capitale investito netto che l’Autorità riconosce ai fini tariffari” (c.d. RAB).  

Anci Lombardia, cooperando sulle gare gas con alcuni Comuni proprietari di reti e impianti, consapevole delle possibili criticità legate al vuoto normativo sopra evidenziato, ha posto un quesito al MiSE volto a comprendere se e con che modalità fosse possibile per i Comuni alienare le reti del gas di proprietà nel contesto della gara d’ Atem.

Il Ministero, con una sintetica risposta pubblicata sul proprio sito internet (cha non ha portata normativa) ha chiarito che :

“Tenuto conto della  circostanza  della  prossimità delle gare d’ambito per l’affidamento del servizio della distribuzione del gas naturale, si ritiene  che  la  tutela  di  interessi  pubblici  quali  la  trasparenza  e  l’ampio confronto competitivo alle gare, nonché la tutela del consumatore finale da rialzi del prezzo della fornitura, indichino quale sede più opportuna per l’eventuale alienazione dei beni patrimoniali nella titolarità  dell’ente locale, proprio  le  future  gare  d’ambito;  in  questa  sede,  per  via  dei  limiti  sopra espressi, i beni patrimoniali in dotazione all’ente locale potranno essere ceduti in concomitanza della gara, inserendoli nel bando di gara e trasferendoli al soggetto privato aggiudicatario del servizio”.

Pertanto, ad avviso del MISE, la vendita di reti e impianti di proprietà pubblica contestualmente alla gara per l’affidamento del servizio di distribuzione gas non solo appare legittima, ma diviene la soluzione ottimale per procedere all’alienazione dei cespiti di proprietà degli Enti locali, configurandosi come la modalità più trasparente.

Ciò che lascia sgomenti è l’ultimo periodo della risposta (aggiunto postumo, dopo alcuni mesi e senza di ciò darne conto). 

Il chiarimento del MiSE si conclude ora spiegando che

“In conformità con lo spirito delle norme vigenti, il valore di trasferimento è pari al valore delle immobilizzazioni nette di località del servizio di distribuzione e misura, relativo agli impianti che vengono alienati, al netto dei contributi pubblici in conto capitale e dei contributi privati relativi ai cespiti di località (c.d. RAB), come riconosciuto dall’Autorità nella tariffa valida per la gestione d’ambito e come già spettante all’ente locale in quanto titolare della rete. Pertanto, la decisione dell’ente locale di alienare o meno la rete di proprietà pubblica non deve creare nuovi oneri a carico dei clienti finali del servizio in termini di aumento delle tariffe di distribuzione gas.”

Quindi, secondo quanto riportato sul sito del MISE:

– se ad alienare le reti gas è un gestore, questi ha diritto a percepire il VIR, valore industriale residuo

– se ad alienare le reti gas è un Comune, questi ha diritto a percepire la RAB, corrispondente al valore a libro contabile della rete gas. Tale valore è nella maggior parte dei casi inferiore (in alcuni casi anche di oltre il 90%) al VIR.

Questa risposta genera dunque un’evidente disparità di trattamento tra Gestore privato proprietario di reti e Ente pubblico proprietario di reti.

Tale regolazione appare anzitutto in contrasto con l’art. 3 della Costituzione e non giustificabile sotto il profilo della logica. Non si comprende infatti per quale ragione nel caso in cui ad alienare le reti del gas sia un soggetto privato, questi debba percepire il VIR della rete, mentre invece quando a farlo è un Ente pubblico questi debba percepire la RAB.

Il contrasto è inoltre evidente anche con l’art. 97 della Costituzione che impone all’amministrazione pubblica di valorizzare i propri bene e a ricavarne il massimo importo percepibile. 

Sul punto vale la pena di evidenziare che tale evidente disparità di trattamento non può essere in alcun modo giustificata dal carattere pubblico del soggetto alienante. 

Infatti questi non si trova nell’esplicazione di una propria funzione pubblicistica (che potrebbe giustificare un diverso trattamento). Si trova invece in una situazione di carattere privatistico e cioè quella di un titolare di un cespite che intende alienare.

L’esigenza di tutelare gli utenti è certamente condivisibile. Tuttavia non si comprende per quale ragione l’onere economico di tale necessità debba gravare solo su una categoria di alienanti e cioè i Comuni.